Gruppo Melitea. NON IN MIO NOME

C’è chi dice:

Non in mio nome!

Da Lesbo alla Bosnia, dal Mediterraneo alla Libia, l’Unione Europea è da anni che fallisce nell’affrontare le tematiche della migrazione.

Non si garantiscono i diritti umani, né la solidarietà e nemmeno l’umanità.

Al contrario si investono milioni di euro per aggravare la sofferenza degli esseri umani in movimento, insomma, un vero e proprio intervento dis-umanitario!!

In Italia si fanno leggi che rendono illegale il salvataggio dei naufraghi, contravvenendo alle più elementari vecchie leggi universali del mare, e si fanno trattati, più o meno segreti, con la Libia e altri stati dichiarati non sicuri.

Si tenta di rendere illegale qualsiasi aiuto umanitario da parte delle organizzazioni e associazioni di cittadini che nonostante tutto, per fortuna, hanno scelto da che parte stare e di non restare a guardare. 

Tutto questo è un tentativo, ben riuscito, di sdoganare atti fascisti di respingimento e aggressione verso i cosiddetti “migranti” che altro non sono se non persone che scappano dalle guerre, dalla fame e dalle violazioni dei diritti.

Non possiamo e non vogliamo restare indifferenti: l’indifferenza uccide!

“Le immagini che giungono dalla Bosnia, sono drammatiche: migliaia di persone abbandonate tra i boschi e sotto la neve, per l’incapacità dell’intera Unione Europea di affrontare e governare i Flussi Migratori. 

Un perverso ‘gioco’ di polizie, in cui da Trieste i migranti che riescono ad arrivare, vengono consegnati alla Polizia Slovena, poi a quella Croata ed infine respinti in Bosnia. Osserviamo le immagini che ci arrivano da quei luoghi, seduti al caldo nelle nostre comode poltrone. Non ci vergogniamo?! 

Come osiamo lavarci la coscienza e pensare di assolvere alle nostre responsabilità, inviando solo altro denaro?! Abbiamo il Dovere Morale prima ancora che Legale di accogliere queste persone, di far valere le leggi che noi stessi abbiamo scritto nelle nostre Costituzioni, per proteggere chi fugge da Guerra, persecuzioni e trattamenti inumani. 

Chiediamo alla Commissione ed al Consiglio Europeo, che sia istituita una missione umanitaria europea, con il coinvolgimento dell’Unhcr  sul confine orientale, per soccorrere le migliaia di persone rimaste intrappolate nella neve che rischiano di morire.” 

Dott. Pietro Bartolo [Dibattito in plenaria, sulla Situazione Umanitaria di Migranti e Rifugiati, ai Confini Esterni dell’Unione | 19 Gennaio 2021]

L’europarlamentare Pietro Bartólo
già medico a Lampedusa

Nawal Soufi da giorni sta seguendo con i migranti la rotta balcanica. 

Dopo aver prestato loro soccorso nei campi profughi greci, ha deciso di farsi corpo che affianca altri corpi, per capire da dentro cosa significhi tentare la via della salvezza.

“Il giorno della memoria è da un po’ di tempo tutti i giorni, basta aprire gli occhi e ammetterlo.”

Nawal si chiede dove eravamo quando l’Europa ha pianificato tutto questo.. ce lo chiediamo anche noi e ci chiediamo soprattutto con quale diritto lo ha fatto.

Questa è stata la scelta anche degli attivisti di Linea d’ombra di Trieste Lorena Fornasir e suo marito Gian Andrea. Dopo settimane di attese inutili dalla loro “Piazza del mondo”, vedendola desolatamente vuota hanno deciso di andare a vedere con i proprio cosa sta accadendo oltre quei confini che non si riesce più ad attraversare.

Lorena Fornasir

Il giorno della partenza Lorena Fornasir annuncia così la loro iniziativa.

“BalkanRouteEurope Trieste 28 gennaio

Piazza mondo: << carrettino della cura, cosa vuoi dirmi oggi in questa piazza senza migranti?>>

carrettino verde: ” domani andremo a Bihac e poi a Kljuc e poi a Velika Kladusa. Ti prego di diffondere l’ appello:

IL MANIFESTO per UN PONTE DI CORPI

Un ponte di corpi lungo i confini tra l’Italia e la Bosnia

Oggi si manifesta pienamente un attentato alla vita: dalla madre terra, come la chiama Vandana Shiva, da una natura sistematicamente devastata, a un interminabile processo di distruzione ovunque nel mondo: stiamo assistendo a una specie di trionfo della morte.

Il carrettino verde, carico di cose per far vivere, che accoglie chi riesce a varcare il bordo mortifero del confine, è invece storia e memoria di una pratica della cura che le donne conoscono bene, non come gesto sacrificale ma come competenza di stare, essere in presenza dell’altro, conosciuto o sconosciuto, perturbante o estraneo.

La donna con il suo corpo pensante, è l’anticonfine per eccellenza.

Il corpo della donna contiene in se stesso la negazione del confine perché è un corpo naturalmente aperto attraverso l’atto più intenso del generare, del portare alla luce l’ALTRO da SÉ .

La cura per l’altro può diventare il ricamo di una mappa creativa dove l’amore tiene assieme i legami spezzati da una parte all’altra del mondo. Madri lontane, in un mandato tacito e di dolore, ci consegnano la vita dei loro figli.

Noi siamo coloro che dicono no allo scontro di razza, perché pensiamo che nel mondo dei morti nessuno è inferiore all’altro

Noi siamo coloro che dicono no al razzismo, perché da sempre siamo state la prima razza considerata inferiore proprio in quanto geneticamente aperte alla vita e sue portatrici: questa condizione ‘naturale’ è diventata storicamente un servizio!

Noi siamo coloro che gridano al mondo che non c’è nessun dio e nessun bene, quando migliaia di essere umani muoiono a causa dei confini

Noi siamo coloro che maledicono i confini perché quelle strisce di terra o di mare sono bagnate di sangue, selezionano chi può passare e chi no, chi può vivere e chi può morire, chi può essere torturato e chi può essere deportato

Noi siamo coloro che vogliamo alzare alta la voce della maternità, che è la voce della solidarietà, della vita che altre donne hanno generato consegnandola ad altre madri del mondo affinché la conservino e la promuovano.

Vorremmo essere in tante ad accorrere sul confine, ad attraversare il confine, ad andare incontro a chi è bloccato nell’inferno della Bosnia, in gruppo, in gruppi, in massa, a ribellarci alla morte… noi lo possiamo fare meglio di chiunque… costruiamo un movimento di donne per aprire tutti i confini…!”

I volontari di Baobab Experience erano partiti per il “game” pochi giorni prima di loro:

“Siamo pronti!

Zaino in spalla e ritmi serrati per la nostra nuova missione in #Bosnia Erzegovina 

Stiamo perfezionando gli ultimi dettagli con la nostra rete di attivisti e solidali locali per portare loro tutto il nostro supporto: materiale, organizzativo, umano.

Il programma operativo prevede il rifornimento dei magazzini locali, la definizione di piani allogiattivi per i richiedenti asilo lasciati al gelo, e il monitoraggio della frontiera nel Cantone di Una-Sana e negli snodi interni di Sarajevo, Zenica, Tuzla, Visoko, Donli Vakuf, Visoko, Dinli, Vakuf, Posuje, Ljbuski.

Vogliamo portare aiuti umanitari, ma soprattutto vogliamo ribadire che il supporto materiale, per quanto fondamentale, non rappresenta la soluzione per migliaia di donne, uomini e bambini ammassati ai confini della fortezza europea: la strada, unica, è nella libertà di movimento e nell’apertura delle frontiere.”

Ed è questa la triste verità.

Non basta che si portino aiuti, nei Balcani come nel Mediterraneo servono soluzioni politiche, risposte che prima o poi dovranno arrivare per fermare la carneficina che si è creata propio per la mancanza da parte degli Stati di pensare soluzioni costruttive.

È tempo di non ostacolare chi rischia la vita per portare speranza e aiuti e condannare chi invece ignora nascondendo morti e disperazione.

Lisa Ferraris

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