“La mia università lavora con Frontex: non in mio nome”. Intervista al Professor Michele Lancione

Così il professor Michele Lancione, docente ordinario di Geografia Politico-Economica del Politecnico di Torino si è dissociato pubblicamente dall’accordo da 4 milioni dell’ateneo con l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera perché accusata di non rispettare i diritti umani perché direttamente coinvolta nei violenti respingimenti di migranti alle frontiere europee.

Lo ringraziamo per averci concesso un’intervista e gli esprimiamo la nostra solidale vicinanza.

Respingimenti, violazioni, torture, una gestione non trasparente del budget miliardario: ecco tutte le accuse verso Frontex. Quanto può essere grave che in università si possa lavorare su un progetto con un ente paramilitare come questa agenzia sul piano politico e umano, soprattutto tenendo conto che non si possa sapere a cosa servirà a Frontex il frutto di questo progetto?

La questione è molto grave. Non solo per l’ulizzo che Frontex farà di questi dati, ma anche per una questione di opportunità. Frontex, associandosi con una Università pubblica, si riveste di una legittimità che non ha, e che sta perdendo sempre più. E noi gliela forniamo, e ce ne vantiamo pure! Vorrei ricordare che la Corte Europea di Giustizia ha dei procedimenti aperti contro Frontex. E’ la stessa Unione Europea, con i suoi stessi organi, che interroga se stessa. Tante sono le nefandezze portate avanti da Frontex che siamo arrivati a quel punto. Eppure, il Politecnico stringe comunque un accordo, e si presta al gioco delle parti. Lo fanno senza conoscere a pieno cosa fa Frontex? Senza essere coscienti delle conseguenze di lungo periodo che la legittimazione offerta a Frontex può portare? Lo trovo inaccettabile. Siamo un ente vocato al sapere critico, o almeno dovremmo esserlo: non c’è scusa che tenga, neanche per chi si rifugia dietro la scusa del ‘dato neutrale’.

Navi, veicoli, aerei, droni, radar e tecnologie di sorveglianza biometrica sempre più sofisticate. Sono gli strumenti più innovativi con cui l’agenzia Frontex assicura lo svolgimento della sua missioni. Secondo lei a cosa possono servire ulteriori informazioni geografiche e geopolitiche delle varie frontiere di terra e di mare?

Nuovamente, qui la linea è sottile. Io non credo, personalmente, che Frontex sigli un accordo con un laboratorio di cartografia digitale a Torino perchè non possa, in-house, fare le stesse cose che possiamo fare noi. Probabilmente le può fare anche meglio. Esternalizzando a un ente pubblico, Frontex non compra solo un servizio, ma un avvallo: ora le mappe saranno ‘scientifiche’, in quanto uscite dall’Università, e quindi inattaccabili. Si noti che la legittimità – dal punto di vista culturale e discorsivo – va ben oltre le mappe stesse che potrebbero, come alcuni colleghi sostengono, anche essere banali. La legittimità che Frontex compra con questo accordo ha un valore simbolico esteso, che lega a doppio filo la supposta oggettività del prodotto scientifico con la supposta tecnicità (o intelligenza) dell’azione militare.

In cosa consiste il progetto e quanto impegnerà l’università? Come viene vista dagli studenti?

Come riportato da Luca Rondi su Altreconomia, l’appalto riguarda la produzione di diverse tipologie di cartografia. Circa 20 mappe di “riferimento” in formato A0 in cui vengono segnalati i confini amministrativi, i nomi dei luoghi e le principali caratteristiche fisiche come strade, ferrovie, linee costiere, fiumi e laghi a cui vengono aggiunte “caratteristiche topografiche, geologiche, di utilità e climatiche”. Mappe “tematiche” che mostrano una “variabilità spaziale di un tema o di un fenomeno, per esempio la migrazione, criminalità, nazionalità, operazioni, ricerca e soccorso, ecc” oltre che le informazioni geologiche e morfologiche del territorio. Infine, la produzione di infografiche che integrano dati e grafici con la mappa. L’obiettivo è quello di ottenere mappe ad alta risoluzione che possano essere utilizzate per “le analisi, la visualizzazione e la presentazione oltre che la proiezione a muro basata sui requisiti richiesti dell’utente e mirata a un pubblico specifico a sostegno di Frontex e dei suoi parti interessanti”.

Nei documenti di gara non è specificata la zona oggetto della produzione di mappe. Dopo la richiesta di chiarimenti da parte dei partecipanti, l’Agenzia ha indicato come “previsioni a grandi linee” che l’area di interesse potrebbe estendersi lungo il confine tra Polonia e Russia, nello specifico a Kaliningrad Oblast una cittadina russa che affaccia sul Baltico, per un totale di 2mila chilometri quadrati con la possibilità di mappe specifiche su punti di attraversamento del confine per una superficie di 0,25 chilometri quadrati.

Si sa che quella è la zona che riguarda le mappe esemplificative, ma possono riguardare qualunque parte del globo. Si conoscono invece gli “intervalli” delle scale di grandezza delle mappe che vanno da un centimetro sulla carta a 50 metri in caso di strade cittadine, a uno su 250 chilometri con riferimento a una mappa di un intero Stato.

Gli studenti che mi hanno contattato sono esterefatti. Spero si organizzino e facciano sentire la propria voce.

Frontex ha affidato a un consorzio composto da Associazione Ithaca, DIST – Dipartimento Interateneo di Scienze, Progetto e Politiche del Territorio del Politecnico e Ithaca Srl un importante contratto per la produzione di cartografia. Il valore di questo contratto sarà di 4 milioni di euro: come verrà utilizzato?

Non so come i 4 milioni di euro verranno ulizzati. Mi pare di capire che in buona parte resteranno a Ithaca, e che il dipartimento, in verità, vedrà una parte minima del denaro. Questo andrebbe chiesto a loro: ma se così fosse, mi chiedo nuovamente come si faccia a definire tale attività “strategica” per il progetto del dipartimento…

Quanto invece sarebbe molto importante sul piano civile e politico rinunciare al progetto? Ci auguriamo che lei non si trovi a denunciare questa situazione da solo. Cosa vorrebbe dire ai suoi colleghi silenti?

Ci sono molti collegh* che si sentono disturbati da questo accordo. Alcuni non prendono parola perchè non strutturati, e fanno bene. Altri prenderanno parola in seguito, e stanno lavorando internamente. I tempi non hanno permesso di creare un fronte comune, ma questo non è un problema. Nel momento in cui la storia è divenuta pubblica era importante far capire che qui dentro una parte di noi non dorme. L’ho fatto col mio nome, e spero altri seguiranno. Rinunciare all’accordo avrebbe un impatto enorme, sia a livello culturale che a livello di Ateneo. Ma dubito il Politecnico lo farà: se rinunciano a questo, allora poi devono aprire una discussione molto ampia su tutta una serie di altri progetti che hanno in corso con altri enti (alcuni dei quali coinvolti nella produzione di armamenti). Io vedo questo come un primo passo, e sono certamente pronto a farne altri.

Ha ricevuto solidarietà e sostegno da colleghi e da altri atenei?

Molta, soprattutto dall’estero (dove ho lavorato per gli ultimi 15 anni, sono tornato in Italia ad Aprile 2021). Lì l’attenzione a questi temi è ampia. Negli Stati Uniti alcuni accademici hanno iniziato delle class actions contro i loro atenei per situazioni meno problematiche di questa. Qui da noi si tende a silenziare, a sperare che tutto si sgonfi. In questo caso, non si sgonfierà, continueremo a soffiare.

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